Nella primavera del 1933 nasce in Germania una società con un nome rassicurante e molto tedesco: Metallurgische Forschungsgesellschaft, Società per la ricerca metallurgica. I soci sono quattro grandi gruppi industriali, Krupp, Siemens, Gutehoffnungshütte e Rheinmetall, che ci mettono il nome. È una società di facciata: non produce niente e con la ricerca non c'entra.
Quello che fa è un'altra cosa. Firma cambiali. Miliardi di marchi, con cui la Germania di Hitler paga cannoni, carri armati, aerei e sottomarini senza che il riarmo compaia nel bilancio dello Stato. Gli addetti ai lavori la chiamano con le iniziali, MEFO, e per cinque anni sarà uno dei segreti meglio custoditi del Terzo Reich.
È da qui che comincia la storia delle finanze del Reich. Una storia di trucchi contabili, prezzi congelati per decreto, ricchezze confiscate e paesi occupati costretti a pagare i propri occupanti. E di un banchiere che costruì la macchina e poi provò, troppo tardi, a spegnerla.
Come si finanzia un riarmo gigantesco in un paese che non ha soldi, senza che il debito compaia nei conti e senza che nessuno se ne accorga?
Un paese con la paura dell'inflazione
Per capire il problema bisogna tornare indietro di dieci anni. Nel 1923 la Germania aveva vissuto una delle iperinflazioni più violente della storia: i prezzi raddoppiavano nel giro di giorni, gli stipendi si ritiravano due volte al giorno e si spendevano subito, prima che perdessero valore. I risparmi di una vita della classe media erano diventati carta straccia.
Berlino, 1923: mazzette di banconote accatastate in una banca durante l'iperinflazione.
L'uomo che aveva fermato l'iperinflazione si chiamava Hjalmar Schacht. Nel 1923, come commissario per la valuta, aveva guidato il programma che stabilizzò il marco, e alla fine di quell'anno era diventato presidente della Reichsbank, la banca centrale tedesca. Per i tedeschi era il mago che aveva salvato la moneta. Si dimise nel 1930, si avvicinò alla destra e appoggiò la nomina di Hitler a cancelliere. Nel marzo 1933 Hitler lo rimise alla guida della Reichsbank.
La Germania che Schacht ritrova è un paese in ginocchio. La Grande Depressione ha lasciato circa sei milioni di disoccupati, il commercio mondiale è crollato, il paese è schiacciato da debiti esteri che non riesce più a pagare. E il nuovo governo ha un obiettivo che va contro ogni prudenza finanziaria: ricostruire in pochi anni un esercito che il Trattato di Versailles aveva ridotto a centomila uomini.
C'era però un ostacolo, scritto nella legge. Dopo l'iperinflazione, la riforma del 1924 aveva messo un tetto rigidissimo ai prestiti diretti che la Reichsbank poteva fare allo Stato: 100 milioni di marchi, una cifra simbolica. E un riarmo pagato con le tasse o con prestiti pubblici normali avrebbe avuto un altro difetto: si sarebbe visto. Avrebbe allarmato Francia e Gran Bretagna quando l'esercito tedesco non era ancora pronto.
Come funzionava il trucco
La soluzione di Schacht fu la MEFO. Ecco come funzionava.
Prendiamo una fabbrica che riceve dall'esercito un ordine di carri armati. Non per forza uno dei quattro soci della MEFO: il sistema valeva per tutti i fornitori delle forze armate. La fabbrica consegna i carri, ma lo Stato non la paga in contanti. Al posto dei soldi riceve una cambiale firmata dalla MEFO, cioè una promessa scritta di pagare quella somma entro sei mesi.
Sulla carta, quindi, il debito è della MEFO, una società privata. Ma la MEFO non ha soldi suoi: dietro di lei c'è la garanzia dello Stato, ed è lo Stato che alla fine dovrà pagare. La MEFO serve solo a mettere in mezzo un nome privato, così che quel debito non compaia nei conti pubblici.
Per la fabbrica, intanto, quel foglio vale come denaro. Può tenerlo, usarlo per pagare i propri fornitori oppure portarlo in banca e cambiarlo subito in contanti. La banca, a sua volta, può cederlo alla Reichsbank, che le dà in cambio banconote. È in quel momento che il debito nascosto diventa moneta stampata.
I sei mesi, poi, potevano essere rinnovati di tre mesi in tre mesi, e una cambiale poteva restare in circolazione per anni. Pagavano un interesse del 4%, più delle normali cambiali commerciali, e per questo una parte consistente restava nei portafogli di banche e imprese. Questo era il punto: finché restavano nei cassetti, non diventavano banconote e non facevano salire i prezzi.
La Reichsbank finanziava così il riarmo, aggirando il limite dei 100 milioni. Secondo le ricostruzioni storiche, tra il 1934 e il 1936 circa metà degli acquisti di armamenti fu pagata così. Quando il sistema venne chiuso, il 1° aprile 1938, le cambiali MEFO emesse ammontavano a circa 12 miliardi di marchi. Per confronto, il debito ufficiale del Reich, a fine marzo 1938, era di 19,2 miliardi, e le cambiali MEFO non ne facevano parte. Accanto al debito che tutti potevano vedere ce n'era un altro, enorme, di cui quasi nessuno conosceva l'esistenza.
Più carri armati che autostrade
Nel frattempo la disoccupazione scendeva davvero, e il regime se ne prese tutto il merito. La propaganda parlava di "battaglia per il lavoro", mostrava operai con la pala sulle prime autostrade, prometteva un'auto per ogni famiglia.
La storia dei numeri è diversa. Lo storico economico Adam Tooze ha ricostruito dove andarono davvero i soldi. Il peso della spesa militare sul reddito nazionale passò dall'1% del 1933 al 10% del 1935, uno spostamento di risorse che, nelle sue parole, nessun paese capitalista aveva mai visto in tempo di pace. Già nel secondo anno di governo i militari assorbivano oltre la metà della spesa dello Stato per beni e servizi. Le autostrade e i grandi lavori civili, così presenti nei cinegiornali, ebbero un peso molto più piccolo di quello che si racconta ancora oggi. A riempire le fabbriche erano soprattutto gli ordini dell'esercito.
Berlino, 20 aprile 1936: carri armati della Wehrmacht in parata tra la folla.
C'era poi il problema dell'estero. Per riarmarsi la Germania aveva bisogno di materie prime che non aveva: petrolio, gomma, rame, minerale di ferro. E per comprarle servivano valute straniere, che mancavano. Dal 1° luglio 1934 il governo sospese i pagamenti sul debito estero a medio e lungo termine. A settembre Schacht, diventato anche ministro dell'Economia, lanciò il "Nuovo Piano": ogni importazione doveva essere autorizzata, e il commercio veniva regolato con accordi bilaterali di compensazione. In pratica la Germania barattava prodotti industriali con grano e materie prime.
Prezzi congelati per legge
Più soldi in circolazione e meno merci disponibili per i consumatori è la ricetta classica dell'inflazione. Il regime la affrontò nel modo più diretto: vietandola.
Nell'ottobre 1936 Hitler affidò a Hermann Göring il Piano quadriennale, con il compito di preparare l'economia alla guerra entro quattro anni. Schacht si era opposto, convinto che il costo del programma avrebbe fatto saltare la moneta. Da quel momento la sua influenza cominciò a calare. Il mese dopo arrivò il blocco dei prezzi: un decreto del 26 novembre vietava qualsiasi aumento. I salari erano già sotto controllo dal 1933, fissati dai "fiduciari del lavoro" nominati dal regime. Nel novembre 1937 Schacht lasciò il ministero dell'Economia.
L'inflazione non era sparita. Era solo stata messa sotto il tappeto. I prezzi ufficiali restavano fermi, ma i soldi continuavano ad aumentare e le merci scarseggiavano: burro, carne, vestiti di qualità diventavano difficili da trovare. Gli economisti la chiamano inflazione repressa. Non si vede sui cartellini, si vede negli scaffali vuoti e nei risparmi che si accumulano perché non c'è niente da comprare.
Nel 1938 la macchina era al limite. Banche e imprese avevano bisogno di liquidità e cominciavano a presentare le cambiali MEFO alla Reichsbank, e lo Stato non aveva il denaro per rimborsarle. Il riarmo non era più un segreto da proteggere, e la spesa militare aveva superato il 19% del reddito nazionale. Serviva denaro nuovo, e il regime lo andò a cercare dove era più facile prenderlo.
Il saccheggio cominciò in casa
Prima di depredare l'Europa, il Terzo Reich depredò i propri cittadini ebrei, con moduli, uffici delle imposte e scadenze di pagamento.
Il primo strumento esisteva già. La tassa sulla fuga dal Reich era stata introdotta nel 1931, prima di Hitler, per scoraggiare la fuga di capitali durante la crisi. Il regime la trasformò in una trappola per chi cercava di emigrare: tra tassa, trasferimenti forzati e cambi penalizzanti, nel 1938 chi lasciava la Germania perdeva in media più del 90% del proprio patrimonio. Nell'aprile 1938 gli ebrei con un patrimonio superiore a 5.000 marchi furono obbligati a dichiararlo. Il ministero stimò che circa cinque miliardi di marchi potevano essere messi a disposizione dell'economia tedesca, cioè confiscati.
Poi arrivò la notte tra il 9 e il 10 novembre 1938, la Notte dei cristalli. Più di mille sinagoghe distrutte, negozi devastati. Dal 10 novembre, e nei giorni successivi, circa 30.000 uomini ebrei furono arrestati e rinchiusi nei campi di concentramento. Il 12 novembre Göring riunì governo, partito e assicurazioni per discutere le conseguenze. La decisione fu che a pagare i danni dovevano essere le vittime. Agli ebrei tedeschi fu imposta una "multa di espiazione" collettiva di un miliardo di marchi: ogni ebreo con un patrimonio superiore a 5.000 marchi doveva versare allo Stato il 20%, in quattro rate trimestrali, la prima a dicembre. Nel 1939 se ne aggiunse una quinta, che portò il prelievo al 25%. I rimborsi che le compagnie assicurative avrebbero dovuto pagare per le distruzioni, circa 225 milioni, furono incassati direttamente dallo Stato. Alla fine l'imposta fruttò più del previsto: 1,127 miliardi di marchi.
Magdeburgo, novembre 1938: negozi ebrei devastati nella Notte dei cristalli.
Non era una cifra simbolica. In quel momento il bilancio del Reich era in grave difficoltà, e i documenti dell'epoca mostrano che per Göring la questione era anche contabile: quei soldi servivano a tappare un buco. A queste somme si aggiunsero le "arianizzazioni", la vendita forzata di aziende e proprietà ebraiche a prezzi irrisori.
La lettera che costò il posto al mago
Il 2 gennaio 1939 Schacht incontrò Hitler e gli chiese di ridurre la spesa militare. Cinque giorni dopo, il 7 gennaio, gli consegnò un memorandum firmato da tutto il direttorio della Reichsbank.
Il documento non contestava il riarmo in sé. Ricordava che la Reichsbank aveva sostenuto il programma fin dall'inizio, e che l'aveva fatto a una condizione: evitare l'inflazione, che avrebbe distrutto la fiducia nel regime senza portare alcun vantaggio reale. Ora quella condizione non era più rispettata, e l'unica strada per salvare la moneta, scrivevano, era tagliare drasticamente le spese per gli armamenti e tornare a un bilancio in pareggio.
I numeri davano ragione ai banchieri. Nel corso del 1938 le banconote in circolazione erano aumentate di miliardi di marchi, anche perché banche e imprese avevano cominciato a riportare alla Reichsbank le cambiali MEFO, chiedendo in cambio denaro contante.
La risposta arrivò in meno di due settimane. Il 20 gennaio 1939 Schacht fu rimosso dalla presidenza della Reichsbank. Al suo posto Hitler mise Walther Funk, già ministro dell'Economia e fedelissimo del regime, senza alcuna pretesa di indipendenza. Pochi mesi dopo una nuova legge pose la banca centrale direttamente agli ordini del Führer. Il freno che il sistema tedesco aveva costruito dopo il 1923 era stato tolto. Il 1° settembre 1939 la Germania invase la Polonia.
La guerra la pagano gli altri
Con la guerra cambiò tutto. Il problema non era più nascondere la spesa militare, ma trovare il denaro per una spesa che cresceva senza limiti. Il regime lo fece in due modi.
Il primo è passato alla storia con un nome preciso: finanziamento silenzioso della guerra. Dall'agosto 1939 i beni di consumo erano razionati, i prezzi bloccati, i negozi sempre più vuoti. I tedeschi lavoravano, guadagnavano, e non avevano niente da comprare. I soldi finivano nei libretti delle casse di risparmio e nei conti delle banche. E le banche, per obbligo o per mancanza di alternative, li investivano in titoli del Reich. Lo Stato si finanziava così con i risparmi dei cittadini, senza nemmeno chiedere di sottoscrivere un prestito di guerra, come nel 1914. I risparmiatori tedeschi non sapevano di essere i creditori della guerra. Lo scopriranno dopo, e nel modo peggiore.
Il secondo modo fu far pagare i paesi occupati. Il caso della Francia è il più documentato. L'armistizio del giugno 1940 stabiliva che la Francia dovesse sostenere il costo delle truppe tedesche presenti sul suo territorio. La Germania fissò quel costo a 20 milioni di marchi al giorno. Il cambio l'aveva già imposto d'autorità a maggio: un marco per venti franchi, molto più favorevole al marco del cambio prebellico. Il risultato era un'indennità di 400 milioni di franchi al giorno, ben superiore alle spese effettive delle truppe. La delegazione francese protestò, e i tedeschi rifiutarono qualsiasi discussione. Nel maggio 1941 la somma fu ridotta a 300 milioni di franchi al giorno; dopo che nel novembre 1942 i tedeschi occuparono anche la zona libera, salì a 500 milioni.
Parigi, 14 giugno 1940: la 30ª divisione di fanteria tedesca sfila sull'avenue Foch, con l'Arco di Trionfo sullo sfondo.
Con quel cambio, i marchi dei soldati tedeschi valevano in Francia molto più del dovuto, e gli uffici di acquisto pagavano le merci francesi con i franchi versati dalla Francia stessa come costi di occupazione. Formalmente era tutto pagato, con regolare fattura. Nella sostanza era un saccheggio organizzato con strumenti monetari. Lo stesso schema si ripeté in Belgio, nei Paesi Bassi, in Norvegia, in Grecia: costi di occupazione, cambi imposti, crediti commerciali che la Germania accumulava e non avrebbe mai saldato.
Gli storici discutono ancora su quanto pesassero esattamente sul totale della spesa bellica, ma sono tutti d'accordo che si trattava di somme enormi.
Il conto
Nel maggio 1945 il Reich si arrese. Il conto delle sue finanze era scritto nei numeri: il debito del Reich era stimato in oltre 400 miliardi di marchi, più di quattro volte il reddito nazionale prima della guerra. Nei mercati neri delle città distrutte un chilo di caffè poteva costare fino a 1.500 marchi, e la vera valuta erano diventate le sigarette americane.
Per tre anni l'inflazione repressa restò lì, sospesa. I prezzi ufficiali erano ancora quelli del blocco, ma nei negozi non c'era nulla e la gente barattava. La resa dei conti arrivò domenica 20 giugno 1948, nelle tre zone occidentali occupate da americani, britannici e francesi. Il Reichsmark venne abolito e sostituito dal Deutsche Mark. Ogni cittadino ricevette 40 marchi nuovi in contanti, seguiti più tardi da altri 20. Salari, affitti e pensioni furono convertiti alla pari, uno a uno. I risparmi invece no: dopo tutti i passaggi, per ogni 100 vecchi marchi depositati in banca si ricevevano 6 marchi e 50 nuovi.
Il giorno dopo, i negozi si riempirono come per magia. Le merci che i commercianti avevano tenuto nascoste ricomparvero nelle vetrine, perché ora potevano essere vendute in cambio di una moneta vera, e perché nello stesso momento Ludwig Erhard, che guidava l'economia delle zone americana e britannica, cominciò ad abolire i controlli sui prezzi. Per molti tedeschi quel lunedì è l'inizio del miracolo economico.
Ma il miracolo aveva un prezzo, e lo pagarono le stesse persone che avevano finanziato la guerra senza saperlo. I depositi accumulati negli anni del razionamento, che le banche avevano investito in titoli del Reich, persero il 93,5% del loro valore nominale. Il debito di guerra non fu mai rimborsato: fu fatto sparire insieme alla moneta in cui era scritto. Per la seconda volta in venticinque anni, i risparmiatori tedeschi vedevano evaporare il frutto del proprio lavoro. Nel 1923 con l'iperinflazione, nel 1948 con una riforma monetaria.
E Schacht? Arrestato dalla Gestapo dopo l'attentato a Hitler del luglio 1944, finì la guerra in un campo di concentramento. A Norimberga fu processato insieme ai vertici del regime, accusato di aver preparato finanziariamente la guerra. Il 1° ottobre 1946 il tribunale lo assolse da tutti i capi d'accusa, con il voto contrario del giudice sovietico. Walther Funk, l'uomo che aveva preso il suo posto e messo la Reichsbank al servizio della guerra, fu condannato all'ergastolo.
Norimberga, 1945-1946: il banco degli imputati davanti al Tribunale militare internazionale.
La storia delle finanze del Terzo Reich è spesso raccontata come quella di un genio monetario che risollevò un paese con trucchi brillanti. È una storia molto meno elegante. I trucchi funzionarono finché servivano a nascondere il conto. Poi il conto arrivò, e lo pagò chi non poteva sottrarsi: gli ebrei tedeschi, i paesi occupati e, alla fine, i risparmiatori tedeschi, che avevano creduto di mettere da parte qualcosa per il futuro.
Il conto di una guerra arriva sempre: perché a pagarlo non è quasi mai chi l'ha voluta?
Crediti immagini
- Copertina: Konstantin Hierl presenta a Hitler, di spalle sul palco, l'appello di circa 52.000 uomini del Servizio del lavoro del Reich (RAD) sullo Zeppelinfeld, al congresso del partito nazista di Norimberga, settembre 1934. Foto ACME Newspictures, fondo La Presse, Bibliothèque et Archives nationales du Québec (n. 4175907), via Wikimedia Commons, pubblico dominio. Ritagliata, ingrandita e ritoccata nei toni.
- Nel testo: "In a Berlin Bank", Berlino, 1923, Bain News Service, George Grantham Bain Collection, Library of Congress (LCCN 2014716642), via Wikimedia Commons, pubblico dominio. Ritagliata e ritoccata nei toni.
- Nel testo: "Berlin: Parade der Wehrmacht", 20 aprile 1936, foto di Willy Pragher, Landesarchiv Baden-Württemberg, Staatsarchiv Freiburg, W 134 Nr. 008645, via Wikimedia Commons, licenza CC BY 4.0. Ritagliata, convertita in bianco e nero e ritoccata nei toni.
- Nel testo: negozi ebrei distrutti a Magdeburgo, novembre 1938. Bundesarchiv, Bild 146-1970-083-42 / CC-BY-SA 3.0, via Wikimedia Commons, licenza CC BY-SA 3.0 DE. Ritoccata nei toni; la versione modificata è distribuita con la stessa licenza.
- Nel testo: parata della vittoria sull'avenue Foch, Parigi, 14 giugno 1940. Bundesarchiv, Bild 183-L05487 / Folkerts / CC-BY-SA 3.0, via Wikimedia Commons, licenza CC BY-SA 3.0 DE. Ritoccata nei toni; la versione modificata è distribuita con la stessa licenza.
- Nel testo: il banco degli imputati al processo di Norimberga, 1945-1946, foto di Ray D'Addario, U.S. National Archives (NARA 540127), via Wikimedia Commons, pubblico dominio (opera del governo degli Stati Uniti). Ritagliata e ritoccata nei toni.
Fonti
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- Harvard Law School, Nuremberg Trials Project, documento EC-436 sul finanziamento del riarmo tramite cambiali MEFO. nuremberg.law.harvard.edu
- Harvard Law School, Nuremberg Trials Project, documento EC-438, dichiarazione giurata di Emil Puhl, vicepresidente della Reichsbank, 8 novembre 1945. nuremberg.law.harvard.edu
- Harvard Law School, Nuremberg Trials Project, documento EC-369, memorandum del direttorio della Reichsbank a Hitler, 7 gennaio 1939. nuremberg.law.harvard.edu
- German History in Documents and Images (German Historical Institute), scheda su Hjalmar Schacht e le cambiali MEFO. germanhistorydocs.org
- Otto Nathan, Nazi War Finance and Banking, National Bureau of Economic Research, 1944. nber.org
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- German History in Documents and Images, "Währungsreform (20. Juni 1948)". germanhistorydocs.org
- Institut für Konjunkturforschung (oggi DIW Berlin), "Bilanz der Preisbewegung", Wochenbericht n. 48, 1936, sul decreto che vietava gli aumenti di prezzo dal 26 novembre 1936. diw.de
- storia della finanza
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- inflazione
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