A metà settembre 2026 Broadcom vale circa 1.650 miliardi di dollari in borsa, in calo rispetto ai massimi storici toccati poche settimane prima. Resta comunque una delle prime dieci aziende al mondo per capitalizzazione, più di colossi come Tesla o Walmart. Eppure quasi nessuno fuori dal settore tech saprebbe dire cosa produce davvero. Non fa GPU come Nvidia e non vende telefoni o computer. Fa qualcosa di più nascosto ma altrettanto centrale: progetta chip su misura che i giganti dell'AI stanno integrando nella propria infrastruttura di calcolo, affiancando (non ancora sostituendo) le GPU di Nvidia. Anche per questo Broadcom è, secondo noi, uno dei titoli AI più importanti di cui si parla meno.
Le origini: da un ramo dimenticato di HP a colosso dei semiconduttori
La storia di Broadcom comincia lontanissimo da dove si trova oggi. Le sue radici risalgono al 1961, come divisione semiconduttori di Hewlett-Packard. Nel 1999 HP scorpora quella divisione insieme ad altre in una nuova società, Agilent Technologies. Nel 2005 i fondi di private equity KKR e Silver Lake rilevano l'Agilent Semiconductor Products Group per 2,66 miliardi di dollari e lo ribattezzano Avago Technologies. Avago debutta in borsa nel 2009, e nel 2015 fa la mossa che le cambia il destino: acquisisce per 37 miliardi di dollari la Broadcom Corporation originale, l'azienda di chip di rete fondata da Henry Samueli e Henry Nicholas. Avago tiene il proprio ticker AVGO ma adotta il nome, più noto sul mercato, di Broadcom.
Dietro quasi ogni mossa di questa storia c'è la stessa persona: Hock Tan, nato a Penang, in Malesia, laureato in ingegneria meccanica al MIT e con un MBA a Harvard. Prima di arrivare ai semiconduttori ha lavorato in ruoli finanziari da General Motors e PepsiCo, poi ha co-fondato un fondo di venture capital a Singapore. Nel 1994 entra in Integrated Circuit Systems, produttore di chip della Pennsylvania, di cui diventa CEO nel 1999; sotto la sua guida l'azienda viene acquisita da un gruppo di investitori tra cui Bain Capital. È proprio quell'esperienza da CEO operativo, più che un passato da finanziere puro, a fargli guadagnare nel 2005 la chiamata per guidare la neonata Avago. Da lì in avanti il suo metodo resta sempre lo stesso: comprare aziende di tecnologia con prodotti solidi e clienti fedeli, tagliare i costi, spremere i margini, e reinvestire la cassa generata nell'acquisizione successiva — CA Technologies nel 2018 (18,9 miliardi di dollari), la divisione enterprise di Symantec nel 2019 (10,7 miliardi) e, soprattutto, VMware, annunciata nel 2022 e completata nel novembre 2023 per circa 61 miliardi di dollari in cassa e azioni più 8 miliardi di debito assunto, per un valore complessivo dell'operazione di circa 69 miliardi.
Due aziende in una: chip e software
Oggi Broadcom vive su due gambe. La prima, storica, è quella dei semiconduttori — che Broadcom progetta ma non fabbrica di persona: come quasi tutti i grandi player fabless del settore, si appoggia a fonderie esterne come TSMC per la produzione fisica. Qui rientrano i chip di rete per data center, i chip RF e di connettività per smartphone (Apple in testa) e i componenti per le infrastrutture di telecomunicazione. La seconda gamba, cresciuta a colpi di acquisizioni, è il software enterprise: VMware per la virtualizzazione, insieme a CA Technologies e Symantec per il software gestionale e di sicurezza. Nell'anno fiscale 2025 (chiuso a inizio novembre) il fatturato totale è stato di circa 63,9 miliardi di dollari, diviso tra 36,9 miliardi di semiconduttori (58%) e 27 miliardi di software infrastrutturale (42%).
Un dettaglio da tenere d'occhio sul fronte Apple: da qualche mese Apple sta iniziando a portare in casa alcune funzioni che prima comprava da Broadcom, a partire dal chip Wi-Fi/Bluetooth N1 introdotto con l'iPhone 17, che sostituisce il componente Broadcom su quel fronte specifico. Le due aziende, però, a luglio 2026 hanno comunque esteso il resto della loro collaborazione — su chip RF e altri semiconduttori custom — fino al 2031: Apple resta un cliente importante, solo un po' meno esclusivo di prima su singole componenti.
Il vero motore oggi: i chip AI su misura per i giganti del tech
La parte che sta trainando tutto, però, è una terza cosa, dentro il segmento semiconduttori: i chip AI custom, o XPU, progettati su misura per un singolo cliente. A differenza delle GPU di Nvidia, pensate per essere generiche e flessibili, gli XPU di Broadcom vengono ottimizzati per un carico di lavoro specifico — e, contrariamente a quanto si legge spesso, non servono solo per l'inferenza (far girare un modello già addestrato): la stessa Broadcom descrive la sua piattaforma come pensata anche per l'addestramento dei modelli più avanzati. Il vantaggio economico non sta tanto in un costo per chip più basso — progettare un ASIC costa moltissimo in fase iniziale — quanto nel rapporto prestazioni/consumo e nel costo totale ammortizzato su volumi enormi, un compromesso che solo i grandi hyperscaler possono permettersi.
Google usa da anni chip TPU progettati con Broadcom; Meta fa lo stesso con i suoi acceleratori MTIA, con un accordo esteso nel 2026 fino al 2029. Anthropic, da parte sua, non ha un contratto diretto con Broadcom: ha invece siglato con Google un accordo per diversi gigawatt di capacità TPU di nuova generazione (fabbricati e forniti attraverso la partnership Google-Broadcom), pur continuando parallelamente a usare anche GPU Nvidia e acceleratori Trainium di Amazon — non sta affatto abbandonando gli altri fornitori. Il caso più recente e discusso è OpenAI: il 13 ottobre 2025 le due aziende hanno annunciato una collaborazione per co-sviluppare e distribuire 10 gigawatt di acceleratori progettati da OpenAI stessa, con Broadcom che fornisce sia hardware sia connettività Ethernet per il collegamento dei sistemi. A giugno 2026 è stato mostrato il primo chip nato da questa partnership, ottimizzato per l'inferenza; il dispiegamento su scala vera e propria è previsto dalla seconda metà del 2026 fino al 2029. È quindi più corretto dire che OpenAI sta iniziando a integrare acceleratori custom sviluppati con Broadcom, non che li "usa" già per allenare i suoi modelli né che ha sostituito Nvidia.
I numeri: una crescita quasi verticale
Nel terzo trimestre fiscale 2026 (chiuso a inizio agosto, risultati pubblicati il 2 settembre) Broadcom ha fatturato 29,6 miliardi di dollari, +86% anno su anno. Il segmento semiconduttori ha toccato 20,8 miliardi (+127%), trainato dai chip AI: 16,7 miliardi di dollari di ricavi AI nel trimestre, +221% anno su anno e +54% rispetto al trimestre precedente. L'utile netto è stato di 13,1 miliardi di dollari, con un free cash flow di 13,7 miliardi, pari al 46% dei ricavi. Per il quarto trimestre fiscale l'azienda ha guidato per un fatturato di circa 34,8 miliardi di dollari (+93% anno su anno) e ricavi AI attesi a 21,7 miliardi (+236%).
Sulle prospettive di lungo periodo, non si tratta più solo di stime esterne: è la stessa Broadcom ad aver indicato, dopo la trimestrale di settembre, un obiettivo di circa 115 miliardi di dollari di fatturato AI per l'anno fiscale 2027 e di circa 230 miliardi per il 2028 — cifre che, se confermate, cambierebbero radicalmente le proporzioni di un'azienda che fino a pochi anni fa era percepita soprattutto come fornitore di chip per telefoni e reti.
Il titolo in borsa ha vissuto una parabola ripida: dai minimi delle ultime 52 settimane intorno ai 290 dollari fino a un massimo di 495 dollari toccato in estate, per poi ritracciare a metà settembre — anche per timori più ampi di rallentamento della spesa in AI nel settore — fino a circa 345 dollari, con una capitalizzazione di circa 1.650 miliardi. Il consenso degli analisti (49 secondo le rilevazioni più recenti) resta "Strong Buy", con un target price medio che a metà settembre si aggirava sui 530 dollari: numero che vale la pena prendere come ordine di grandezza più che come cifra esatta, perché cambia di continuo e le diverse fonti lo riportano con qualche decina di dollari di scarto.
Il lato più controverso: cosa è successo con VMware
Non tutto, nella storia recente di Broadcom, è stato accolto bene dal mercato. L'acquisizione di VMware ha portato con sé una ristrutturazione aggressiva del modello di licenze: eliminazione dei programmi con i partner OEM storici e passaggio dalle licenze perpetue a contratti in abbonamento, spesso in bundle obbligatori con altri prodotti VMware. Diversi clienti aziendali hanno documentato aumenti dei costi anche di diverse volte rispetto ai contratti precedenti — a seconda dei casi e delle configurazioni si sono lette cifre che vanno dal 150% a oltre il 500% — con reazioni di frustrazione diffuse e una parte del mercato che ha iniziato a guardare seriamente ad alternative alla virtualizzazione VMware. La vicenda ha attirato anche l'attenzione delle autorità antitrust europee, a cui sono arrivate segnalazioni su come sono state cambiate le licenze.
I rischi da tenere a mente
Il primo è la concentrazione dei clienti. Broadcom non pubblica una ripartizione dettagliata del fatturato AI per singolo cliente, ma è noto che un numero molto ristretto di hyperscaler — con Google come cliente di gran lunga più importante sul fronte XPU, seguito da Meta e dagli altri — pesa per la maggior parte di quel business. Se anche uno solo di questi clienti dovesse rallentare gli investimenti, o decidere di progettare più cose internamente, l'impatto sui numeri sarebbe immediato.
Il secondo è la concorrenza, ed è un rischio che si è fatto più concreto proprio nelle ultime settimane: il 19 agosto 2026 Marvell Technology ha annunciato un accordo con Google per lo sviluppo di chip AI custom, che include un'opzione per Google di acquisire fino a 12,2 miliardi di dollari in azioni Marvell — un segnale chiaro che anche il cliente più importante di Broadcom sta diversificando i propri fornitori di silicio su misura.
Il terzo è la ciclicità tipica dei semiconduttori: la storia del settore — vista anche raccontando Micron — insegna che le fasi di domanda che supera l'offerta non durano per sempre, e gli investimenti in nuova capacità arrivano sempre, prima o poi, a ribaltare il rapporto tra domanda e offerta. Il calo del titolo di metà settembre, innescato da timori generali su un possibile rallentamento della spesa in AI, è un primo assaggio di quanto il mercato resti nervoso su questo fronte.
Il quarto è reputazionale, e riguarda proprio VMware: un cliente enterprise che si sente "spremuto" oggi è un cliente che nel giro di qualche anno di rinnovo contrattuale può decidere di cambiare fornitore, portando con sé un pezzo importante di quel 42% di fatturato che arriva dal software.
Broadcom è la dimostrazione che, nella corsa all'intelligenza artificiale, non vincono solo le aziende che tutti conoscono. Da divisione dimenticata di un'azienda di strumenti di misura californiana a fornitore chiave dei chip custom su cui i più grandi nomi dell'AI stanno costruendo parte della propria infrastruttura, il percorso di Broadcom è quello di un'azienda cresciuta a colpi di acquisizioni e disciplina sui margini, che si è trovata esattamente nel punto giusto — il silicio su misura — nel momento in cui il resto del mondo tech ha iniziato a cercare un'alternativa, parziale, a un unico fornitore di GPU.
Le informazioni contenute non costituiscono consulenza finanziaria: prima di qualsiasi decisione di investimento, valuta la tua situazione personale o rivolgiti a un consulente abilitato. I dati di mercato e le percentuali di fatturato per cliente citati sono in parte stime di analisti esterni, non dati ufficiali diffusi da Broadcom; i dati di borsa sono aggiornati al 14 settembre 2026 e possono cambiare rapidamente.
Crediti immagini
Foto: "Raspberry Pi 3 Broadcom BCM2837 Main Processor – SOC" di Florian Knodt, licenza CC BY 2.0, via Wikimedia Commons. Ridimensionata e modificata nei toni.
- semiconduttori
- intelligenza artificiale
- chip custom
- data center
- software enterprise



